| IL MIO SOGGIORNO IN FRANCIA |
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| Venerdì 04 Giugno 2010 13:03 |
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Quando ho deciso di partecipare ad un programma di Intercultura l’ho fatto soprattutto per mettere alla prova me stessa; non pensavo che avrei trovato una situazione così profondamente diversa (in positivo) da quella che lasciavo. Devo ammettere che la prima settimana nella mia nuova realtà nel Nord-Pas-de-Calais è stata proprio difficile. La mattina del primo giorno nella scuola, cielo plumbeo e una serie di sfortunate coincidenze: l’assenza di tutti i professori della mattinata e quindi io che mi aggiravo da sola tra luoghi e persone completamente sconosciuti, aspettando l’inizio delle lezioni che sono cominciate alla grande col sezionamento di muscolo e fegato per la lezione di scienze del pomeriggio, la lingua straniera e un liceo in cui imparare a orientarsi; la situazione non era delle migliori. La prima vera nota positiva è stato il fine settimana, durante il quale dove vivevo si è celebrato il trecentenario della battaglia di Malplaquet; festa che ho dato una mano a organizzare e in cui ho avuto un ruolo attivo e piuttosto versatile: da traduttrice per gli italiani presenti, a mascotte (ho dato il via alla cerimonia togliendo il drappo), a dispensatrice di sidro e birra della regione durante il rinfresco all’aperto. Conoscere gente nuova (del paese in cui abitavo e di quelli limitrofi) e fare amicizia con un adulti e coetanei, mi ha dato la sicurezza di impegnarmi anche a scuola per stringere legami. Tanto da capire che quello che avevo scambiato per riserbo nei miei compagni, era curiosità trattenuta dal tatto, la paura di risultare invadenti. E da rendermi conto che a nessuno importava niente degli errori che facevo parlando finché ci capivamo comunque. La Francia era una realtà nuova e affascinante da scoprire ed io avevo attorno persone che volevano che ne facessi parte. Nel giro di due settimane mi ero abituata alla vita che conducevo lì, sebbene presentasse non poche differenze con quella in Italia. Mi svegliavo piuttosto presto la mattina perché la scuola non era nel mio paese ma in un altro e quindi, come quasi tutti i ragazzi francesi, prendevo l’autobus alle 7 per essere a scuola all’inizio delle lezioni, alle 8. Le lezioni erano un’altra bella differenza perché in Francia ogni liceo può avere diversi indirizzi; io ero in quello scientifico e il mio orario dipendeva quindi dall’indirizzo e dalle materie supplementari scelte. Quindi mi capitava di trovarmi a lezione di tedesco, per esempio, con alunni dell’indirizzo letterario o economico-sociale. Così come mi capitava di entrare alle 9 o di avere una o più ore di buco durante la giornata. Il liceo è ovviamente strutturato per adattarsi alle esigenze che questa organizzazione comporta. Poiché gli alunni si devono spostare da una parte all’altra dell’istituto (e per fortuna il mio era un liceo piccolo, solo 300 alunni) tra un ora e l’altra ci sono sempre 5 minuti di pausa. Si fanno un massimo di quattro ore la mattina e da due a cinque il pomeriggio. A metà mattina e metà pomeriggio ( cioè dopo le prime due ore) c’è una pausa di mezz’ora e per pranzo un’ora e mezza. Per passare il tempo durante le pause o le ore di buco (che fanno parte proprio dell’orario settimanale come ore di studio autonomo) ci sono vari locali: l’aula di studio, il foyer (una stanza di ricreazione con il biliardo, il biliardino, i tavolini), aule per la visione di film, l’ascolto o la lettura e la biblioteca (fornita di computer). Le scuole francesi sono organizzate molto meglio di quelle italiane. Nonostante stessi a scuola non meno di sei ore ogni giorno le ho sempre trovate più leggere delle cinque qui in Italia; non perché i professori francesi siano meno esigenti, ma perché ci si può muovere nell’istituto, si fanno pause frequenti e si riesce ad incontrare i ragazzi di tutte le altre classi. Questo è un altro punto a favore della scuola in Francia: passandoci gran parte della giornata, si sta soprattutto con i coetanei e nessuno è legato alla propria classe perché in fin dei conti c’è la possibilità di incontrare tutti (io in meno di un mese ho conosciuto buona parte del liceo). Un’altra novità per me sono state le attività. Innanzitutto durante le ore di scienze lavoravamo veramente in laboratorio, maneggiando il materiale e occupandoci della strumentazione. Per di più avevamo anche la possibilità di fare attività extracurriculari tramite la scuola, come le uscite serali a teatro. Per questo quando sono tornata a scuola in Italia mi sono sentita soffocare: impossibile uscire, camminare per la scuola, addirittura cambiare piano; e poi chiusi cinque ore sempre con le stesse persone nello stesso ambiente, una condanna! In Francia una volta tornata a casa avevo giusto il tempo di fare i compiti o partecipare a qualche altra attività, prima di cena. Come tutti i Paesi in cui la giornata lavorativa finisce nel pomeriggio, la cena è il pasto principale della giornata e ha luogo molto presto (forse troppo per i nostri standard), tra le 18 e le 20. Altra particolarità tutta francese è il fatto di mangiare sempre formaggio e dolce (o frutta) a fine pasto; cosa che, insieme alla preferenza del burro piuttosto che l’olio in qualsiasi preparazione (e intendo veramente dappertutto), rende i pasti piuttosto pesanti. Non c’è da stupirsi poi che i francesi amino così tanto la nostra cucina! (A proposito, mai e poi mai far cuocere la pasta ad un francese e ancor peggio fargli preparare il caffè). Comunque non solo la cucina è diversa, perfino il modo di stare a tavola o di tenere le posate lo è! Il fine settimana è solitamente più lungo del nostro perché in genere non si va a scuola di sabato (alcune scuole invece sono chiuse il mercoledì). Avere il sabato libero è un altro di quei fattori che rendono le settimane scolastiche meno pesanti. Fin dal primo fine settimana, come ho già raccontato, ho fatto tantissime cose, tra le quali, strano ma vero, non sono comprese uscite nel senso in cui le intendiamo noi italiani. Per esempio, se a Foggia dico che esco il sabato sera, chiunque capisce che vado a fare un giro per il centro o sul corso; se lo dico nel mio paese in Francia vuol dire che vado in discoteca, al centro commerciale, da un amico o al “ café “. Lì infatti ci si incontra in un luogo chiuso piuttosto che per strada; un po’ per il freddo (come si fa ad uscire col termostato sotto lo zero?), un po’ perché, soprattutto al nord della Francia, non ci sono molte città ma tanti piccoli paesini per cui è difficile incontrarsi e infine i mezzi di trasporto collegano bene tutte le zone e sono efficienti. Se si limitasse alle differenze di organizzazione la mia esperienza varrebbe la metà di quello che in realtà mi ha portato. Erano e sono le persone la vera differenza. In Francia non ho incontrato lo stesso atteggiamento chiuso che ho sempre subito a Foggia. Quello che più mi ha colpita e mi ha dato forza fin dall’inizio è stata l’accoglienza, il calore di quelle persone, il fatto che accettassero gli errori come naturali e lodassero le mie capacità mi ha incoraggiata fin dall’inizio tanto che dopo poco che ero lì non mi preoccupavo già più di fare errori quando parlavo ( la prova è che certe volte stravolgevo delle parole tanto che ne ridiamo ancora oggi). E la capacità di comprendere alcuni tratti del mio modo di essere: erano riusciti a capirmi loro che non mi conoscevano neanche da tre settimane e parlavano un’altra lingua, più di quanto fossero riusciti a fare italiani con cui avevo passato anni. Un’altra delle cose belle che avevo notato è che i ragazzi francesi erano molto più espliciti nell’espressione dei sentimenti di quanto lo fosse uno qualsiasi dei miei amici italiani. E per espressione dei sentimenti non intendo sdolcinate dichiarazioni di amore ed effusioni, ma piuttosto la semplice constatazione di una sensazione (come la nostalgia o l’amicizia per una persona) che risulta invece tanto difficile da comunicare a voce all’adolescente italiano medio. Ora non voglio fare dei francesi l’immagine della perfezione, tant’è che durante il mio soggiorno ho anche avuto problemi a relazionarmi con alcuni; ad esempio ho avuto a che fare (ripetutamente) con un gruppetto di filonazisti, tra i quali il più estremista sembrava credere di essere il paladino della Francia contro l’invasore italiano. Ciononostante non riesco a non pensare al mio giro di conoscenze in Francia come più aperto rispetto a quello italiano. Non ho riscontrato in Francia quel bisogno generalizzato di omologarsi, di appartenere ad un gruppo ben definito in cui tutti assumono gli stessi atteggiamenti e non c’è spazio per chi agisce diversamente. Volendo fare un esempio banale, tra i miei amici francesi ce ne sono alcuni che fumano ed altri no. Io stessa appartengo alla seconda categoria e non mi sono mai sentita esclusa o discriminata da uno di loro, né mi verrebbe mai in mente di snobbarli per questo motivo. Idem per il bere. Ognuno fa ciò che vuole senza isolarsi né isolare chi non condivide le stesse abitudini. Forse subiscono meno di noi l’influenza delle serie televisive americane. O forse fa tutto parte di una visione più laica delle situazioni. Perché una differenza col modo di fare italiano c’è e si sente, soprattutto nella gestione di temi come il sesso, che qui fanno abbassare la voce a chi ne parla o si apre una polemica quando si viene a sapere che in una scuola di Roma è stato messo un distributore di profilattici (in Francia ci sono in tutti i bagni dei licei). Quando sono tornata a Foggia ho sofferto per il distacco molto più di quanto avessi mai immaginato possibile. Tutto in questa città mi infastidiva: la lingua, che non era quella che inconsciamente mi aspettavo di sentire; le persone, che non erano quelle che mi aspettavo di vedere; la temperatura, troppo alta rispetto a quella che avevo lasciato; perfino l’odore dell’aria. È stato difficile tornare alle abitudini italiane sia a causa del senso di perdita, sia per il rammarico di scoprire la mia scuola e la mia città (perfino i giovani che dovrebbero essere di più ampie vedute) estremamente impreparate ad accogliere questo tipo di esperienza sia dal punto di vista umano che formativo. In ogni caso, quali che possano essere le difficoltà al ritorno, è un'esperienza troppo ricca per rinunciarvi. Io la consiglio assolutamente!!! Camilla Carmeno IV F |



